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Ciò che amo dei miei figli, tra le altre cose, è la cura. Cura significa amore per tutto ciò che fanno, per come lo fanno soprattutto quando non guardo. Quando sono altrove loro riversano se stessi nelle piccole cose e facendolo mi nutrono. Questo è amore. Non solo per me. È sguardo amorevole sul loro mondo. È tornare a casa e trovare tutto sistemato prima di andare da Paolo, è il bucato steso ordinato sul termosifone, è la mia luce preferita accesa per quando torno. Amo fino alle lacrime la loro delicatezza. E amo immensamente la loro capacità di ironia e di trasformare anche il dolore più profondo in un sorriso. Amo che mi dicano sornioni: “Stiamo valutando il tuo andamento nell’ultimo periodo…i tuoi grafici purtroppo sono scesi” e Sofia: “Si mamy nei giorni in cui non sapevi nemmeno il tuo nome ci siamo riuniti con gli orsi e Stitch per rialzare la curva prima del bilancio di fine anno” Ho riso tra le lacrime perché questo è il più puro Amore che si possa mai sperare…hanno attraversato il dolore, lo hanno visto in tutta la sua distruzione eppure hanno trovato il loro modo per dirmi vedrai che starai meglio noi siamo qui. A regalarmi un sorriso. Un immenso sorriso come il primo che ci siamo scambiati 19 e 16 anni fa. Di puro amore. Puro stupore. Pura magia. Grazie perché se c’è una cosa che ho imparato da tutta questa sofferenza è che di noi restano i sorrisi e ciò che siamo capaci di donare al mondo.

Da Il Corriere Etneo

Pare sia entrato in voga un nuovo vezzo nel parlato. La lingua italiana, si sa, è viva…sebbene più spesso tendente a vegetare tra modi di dire e storture grammaticali che suonano all’orecchio come note stonate in un concerto. La nuova frivolezza attiene all’uso smodato del vezzeggiativo.

Non ci si può distrarre un attimo, nemmeno un lockdown in santa pace chiusi in casa, che appena riaccendiamo la televisione e usciamo per strada, ecco che una stortura prende piede.
Vi è mai capitato di incorrere nelle maglie del seguente dialogo? Scena: interno giorno, negozio. Al momento del pagamento, tra voi e lui solo il registratore di cassa. Sorrisi che scemano sulle facezie discorsive tra un chilo di pomodori e due cespi di insalata, aggiunga anche quattro zucchine e tre patate che non si sa mai. Lui ti porge le buste della spesa, ti guarda negli occhi sorridendo ed esclama: “Ecco a te la tua spesina, sono 40 eurini”

Improvvisamente uno spostamento d’aria, il tempo si ferma, gli occhi immobili: se fosse un film ci sarebbe il silenzio che segue all’esplosione atomica, con te che cammini dando le spalle al fuoco e a ciò che resta della città (e di quel negozio) con un cappotto nero lungo fino ai piedi sui più meravigliosi tacchi a spillo che si possano avere (ottimali nei momenti di catastrofi naturali). Nessun rumore, solo una finestra che sbatte in lontananza, forse polvere e fumo. Ti calchi il cappello sugli occhi e pensi: “Francamente me ne infischio” mentre scorrono i titoli di coda.

Quando riemergi lui è sempre lì con il suo bel sorriso stampato che ti ripete:

“Sì, dicevo, sono 40 eurini”. Quaranta euro per tre patate e due zucchine??? Mentre meccanicamente tiro fuori i soldi, il mio cervello sta ancora tentando di unire le informazioni: dovevo prendere solo due cose…40 eurini..mi ripeto. Salgo in macchina e riacquisto la mia lucidità (e anche i miei comodi stivali, non ho il cappello e il traffico urla impazzito)
Eurini???Mi ripeto nella testa: eurini??? L’uso del vezzeggiativo associato alla cifra trovo che sia davvero interessante. Il diminutivo utilizzato come vezzeggiativo, fa sì che la tua attenzione si sposti immediatamente sulla forma e non sulla sostanza. 40 euro per due buste della spesa è quasi una truffa, ma se dici eurini diventa tutto più simpatico e digeribile.

E così ho iniziato a fare caso a quante volte utilizziamo:

carino, bellino… un modo come un altro per farci piacere qualcosa che in realtà forse non ci piace affatto. E ci diciamo una piccola bugia, un golf carino non è bello ma costa poco e ci convince, un posto bellino è come dire né caldo né freddo. Un attimino, quanto è meno di un attimo? Se un attimo è già un attimo, qual è il grado diminutivo in senso temporale? Oppure “ci facciamo un pizzino, ci beviamo un birrino, me ne dai un goccino, ho un’ideina”. Mio figlio mi ha raccontato che ha chiesto a un’amica: “Da quanti anni state insieme?” e lei sospirando: “Ehh tantini”

Tantini significa che sono almeno troppi rispetto a quelli che avrebbe voluto passare con il suo beneamato?

L’uso di questa forma, che all’apparenza è un innocuo vezzeggiativo, in realtà racchiude in sé una profonda rivelazione dell’animo umano. Si ottimizza la realtà vestendola con abiti che ci facciamo andare bene, ma rivelano una profonda insoddisfazione da una parte, e dall’altra forse anche una svalutazione della nostra capacità di scelta se alla fine, optiamo per qualcosa che ricorda un bicchiere di vino troppo annacquato, invece di osare con un buon rosso vermiglio di ottima annata e gradazione decisa.

Dove è finita la nostra capacità di discernimento? Quando abbiamo definitivamente spento il fuoco? Che cosa ne è di ciò che vogliamo davvero se persino la lingua riflette una nostra eccessiva timidezza a urlare i nostri desideri più puri? Invece di sorridere inebetita uscendo dal negozio, avrei dovuto piantargli gli occhi in faccia dicendogli: “Eurini un corno, questa è una rapina!”

Dissolvenza. Titoli di coda. Ho rimesso i tacchi e sorseggio vino rosso.

A volte ritornano.

Ebbene sì è la magia della lingua, ci sono termini che lentamente con l’andare del tempo scivolano prima nel desueto, poi nell’arcaico e poi silenziosamente spariscono. E a volte – ecco il caso – invece, ritornano.
Divisivo riemerge dalle pagine della memoria per vivere una seconda giovinezza. In realtà si potrebbe proprio parlare di una Primavera, visto che il suddetto tira il fiato proprio nell’aprile 2013. Divisivo è un aggettivo nato con la camicia: in gioventù utilizzato addirittura dal Buti nel commento della Divina Commedia.
Avrebbe potuto accontentarsi di essere masticato dalle labbra di un comune cittadino, o di trovarsi nel bel mezzo di un’accesa discussione tra condomini, e invece no.

Non lui.

Divisivo nasce e corre: nei talk show, tra i titoli dei giornali, ammiccante sui canovacci della satira.
Divisivo, ossia che ha in sé la divisione, che procede per divisione. Separato, scisso, divorziato. Non inclusivo. Esclusivo. Non conforme. Non aderente. Ehi direte voi, vacci piano con le parole! Al giorno d’oggi non puoi non essere conforme, inclusivo, omologato, integrato. Se sei divisivo crei scissione, poni un problema, inneschi un dubbio, un rifiuto, una crisi. Eccoci tornati al punto di partenza.
Ricordatevi: mai mettere in dubbio le semplici e poche prese di posizione del comune buonsenso. Mai porre il dubbio, perché il dubbio provoca domande e le domande sono la peggiore causa di destrutturazione che la storia ricordi. Quindi il bugiardino di come comprendere la realtà che ci circonda, recita: mai porre un perché tra il telegiornale e l’approfondimento.
Se poi tra la stanchezza, vi venisse in mente un “Come mai? E io, cosa ne penso?” in fascia oraria protetta, il consiglio che posso darvi è uniformatevi e lentamente guadagnate le lenzuola.

La lezione magistrale che ci lascia il nostro caro amico Divisivo però, è che la Lingua appartiene ai parlanti, e che le parole vivono o muoiono solo perché rispondono a una precisa esigenza: comunicare. Divisivo ci insegna che l’esclusione in realtà nutre il germe non del diverso (di cui abbiamo così tanta paura), bensì del dubbio: perché diverso? Uguale a cosa dunque? E con che caratteristiche? E se invece di separare si cominciasse semplicemente ad osservare il non conforme (a me), magari a distanza, si potrebbe comprendere che anche in ciò che separa esiste qualcosa che unisce.
Non fosse altro magari, di poter rispettare la volontà dell’escluso di restale tale.

 

 

(articolo pubblicato su Sicilia e Donna, 2014)

Quando si è conosciuto Amore,

si riconosce Amore quando lo si incontra negli occhi degli altri.
È raro.

Molto raro, ma lo ricordo ancora esattamente.

Non posso trattenere le lacrime, e non per averlo perso,

per averlo conosciuto e

per poterlo riconoscere ancora quando lo vedo.

Ci sono momenti in cui vorrei solo restare in quell’interstizio
Ferma tra i frammenti di vita che periodicamente mi crollano addosso
Restare rannicchiata in quella fessura
Ad aspettare che i lividi si asciughino
Le gambe tornino a muoversi
Invisibile inafferrabile inconsistente come l’aria che mi attraversa

Vorrei restare sospesa
Evaporare con l’acqua della doccia, fluttuare tra il polline, sospendermi come polvere alla luce.
Fragile. Tenera.

Chiusa nelle mie attese. Invisibile e inascoltata. Assaggio il silenzio mai uguale a se stesso mentre ascolto i rumori del mondo intorno e fuori. Altrove da me.

Un ritmo che percepisco di suoni, voci, auto, di corse e chiacchiere, di brandelli di vita oltre il diaframma delle finestre. Oltre il filtro dei suoni che mi giungono attutiti qui, nel mio luogo dove resto.

Come un subacqueo immerso nel silenzio vellutato del mare, dove ogni cosa segue un proprio ritmo, un personale respiro.

E resto. Dentro a questo blu. Immersa nel nero del mio oceano. A casa. Fragile altrove, ovunque eppure qui. Ancora e sempre qui. Dentro me.

 

Sono una ricetta mal riuscita. Una di quelle con le dosi che non tornano mai.

Sempre troppo o troppo poco. L’amante che lascia liberi ma da cui ci si scorda di tornare, forse dovevo chiedere di più. La donna che dice: “mi manchi, ho voglia di vederti”, no non va bene perché così si soffoca. Troppo indipendente, troppo libera nel linguaggio, troppo passionale, troppo intellettuale. Poco paziente o poco diplomatica.

Iannacci la sapeva lunga in merito e ben si adeguavano le sue parole a me.

Mai stata una buona figlia. Per carità. Nemmeno una buona madre: anaffettiva, menefreghista ed egoista solo per citarne alcune. Nemmeno capace di essere una segretaria decente: come te nessuna mai. Oltre a te peggio non c’è. Col tempo sono diventata un metro di misura: peggio di così nessuno mai.

Oltre solo il baratro. Oltre nemmeno oltre: ci si ferma col pessimo. Cattivo al massimo grado. Un vero superlativo per esprimere la mia totale inadeguatezza. E in ogni campo. Ah sì, nessuno sconto, non ci sono mica i saldi nella vita!

No, no quando uno fa male al grado pessimo non esistono scorciatoie. Prendere o lasciare. “Io ne ho viste di persone, ma come te, nessuno mai!”

Una ricetta che assolutamente non va: tra ingredienti e dosi qualcosa non quadra. Per non parlare delle indicazioni: provare a mettere tutte le parti solide insieme e poi aggiungere il liquido? O amalgamare bene a coppia?

No, no non torna proprio niente.

“Come te nessuno mai”… “peggio di così non ho mai conosciuto nessuno”…e mentre ascoltavo – non senza una qualche preoccupazione – per comprendere a quale tonfo io mi dovessi preparare, su quale bassofondo il mio culo si sarebbe schiantato, non arrivava mai il fondo del pozzo, perché per questo tipo di pozzo non esiste fondo. Così mentre restavo ansiosamente appesa per comprendere la prossima mossa tentando di anticipare aggettivi e sostantivi, a un tratto sono scoppiata a ridere!

Una risata così liberatoria da lasciare tutti di stucco, anche la sottoscritta. Continuavo a ridere e mentre mi piegavo in due per trattenermi, mi sono accorta che quello che provavo era gioia . Gioia pura. Assoluto divertimento. Libera finalmente da tutte le aspettative nessuna paura di quel pozzo buio che avrebbe dovuto ingoiarmi.

Peggio di me nessuno. Liberatorio.

Va bene così. Non più dentro alle vostre teste. Non più un algoritmo da dover far tornare per alzare l’indice di gradimento. Non so ma se ripenso a quella voce impostata con l’indice alzato in deprecabile giudizio nei miei confronti non riesco a smettere di ridere a crepapelle, mentre cercava di trovare le parole per esprimere quel peggio del peggio a cui non si arriva tanto è peggio.

Non sono mie le aspettative. Non sono i miei i parametri.

Dosi sballate, ingredienti fallati, tabelle vuote, i conti non tornano, i codici sono invalidi.

E se oltre a me non può esserci niente di peggio, ringrazio perché sono libera.

Libera di essere me stessa oltre. Fuori. Altrove.

Un cappellaio matto, un ospite inatteso, un imprevisto da gestire. Una risata da far risuonare. E pensare che di tutte le accuse che mi sono state mosse, mai nessuno mi ha mai chiesto: “Cosa vuoi?”

Avrei risposto: “Un abbraccio. Solo un abbraccio

Cala il sole e sorge la tristezza. Nel mio oltre nessuno viene mai a cercarmi. Lo so. Non saprebbe come trovarmi, in fondo. Non c’è indirizzo per il mio altrove, nessuna mappa, nessuna bussola. Il tempo scorre, si ferma, si dilata, ma non offre coordinate.
E io resto qui. Ora.
Lontana. Invincibile e inarrivabile. Indomita e sfrontata. Sola. Indecifrata. Oltre.

 

T. 12gen2020

Pensiero tyz ovvero: COSA HAI CAPITO?
Mi capita sempre più spesso di leggere post sui libri, con un sotto testo per cui: chi più legge più è fico. Credo che la lettura sia qualcosa di estremamente personale e profondo. Non si misura in cm e volumi di pagine masticate se poi non si riesce a discernere tra spazzatura, letteratura, buona scrittura e soprattutto se poi si resta schiavi delle righe e non si è capaci di avere a che fare con le persone reali. Che senso ha una lettura compulsiva solo per dire ‘ho letto’? La domanda non è quanto hai letto, ma: COSA HAI CAPITO?
Non c’è una ricetta giusta e una sbagliata. Non esistono gare e soprattutto non mi piace il vezzo di fregiarsi della medaglietta “leggoquindisonopiuficodite”. Io vado a stagioni (in estate divoro libri e d’inverno fatico a finirne uno)a umori, a passioni, a tematiche. A come mi gira. Amo leggere ma ancora di più amo capire cosa sto leggendo, chi sto leggendo. Mi appassionano i vezzi grammaticali, adoro l’uso consapevole delle parole, è come far l’amore con l’autore…ti abbandoni e ti lasci trasportare seguendo le sue mani, in punta di penna, sulla cresta dell’intuito!
E ho anche il coraggio di non finire un libro se non lo sento autentico. Nessuna medaglia. Non c’è niente da vincere. Niente da dimostrare. Tanto da capire.